IL FUTURO DEL CALCIO ITALIANO: uno sviluppo combattuto tra Superlega, Fair Play finanziario e Campionati vinti a Gennaio

di Davide Gubellini

Si è finalmente concluso il Campionato di Serie A. Il Bologna merita un elogio speciale, data l’entusiasmante sequenza di vittorie e di gioco riuscita al gruppo gestito da Sinisa Mihajlovic, classificatosi al 10° posto, con 44 punti, record dell’era Saputo.

In realtà, l’ottavo scudetto consecutivo vinto dalla Juventus ha caratterizzato un campionato noioso, nel quale da molto tempo non esiste una alternativa al ruolo egemone della squadra bianconera. Si tratta di una situazione simile a quella che si verifica nei principali campionati europei. In Francia, il Paris Saint German ha vinto 6 titoli negli ultimi 7 anni, in Germania, il Bayern di Monaco ha vinto gli ultimi 7 campionati, consecutivamente, in Spagna nello stesso periodo il titolo è stato conteso tra Barcellona, Real Madrid e Atletico Madrid. Meglio di tutte la Premier League inglese, nella quale negli ultimi 7 anni hanno vinto il campionato 4 squadre diverse: Manchester City, Chelsea, Leicester City, Manchester United. Non a caso, le quattro finaliste di Champions League e Europa League sono tutte squadre inglesi. Il dominio nei campionati nazionali è un fenomeno preoccupante.

Il minor interesse sul piano agonistico è visto come un potenziale rischio economico, legato agli eventuali minori introiti che potrebbero derivare ai clubs più quotati, in merito ai diritti televisivi. In questo senso si spiegano i progetti di una Superlega Europea, una nuova Champions League con accesso riservato ai 32 maggiori clubs europei. Il progetto, destinato a concretizzarsi dal 2024, prevede un sistema semi bloccato di promozioni e retrocessioni, allo scopo di poter assegnare a tutte le società iscritte una ingente somma fissa di denaro, pare di almeno 800 milioni di euro a stagione, derivante dalla vendita dei diritti televisivi.

Un provvedimento di questo tipo quale impatto avrebbe sui campionati nazionali? Semplicemente sarebbero stravolti, probabilmente relegati al turno infrasettimanale. Le società minori non avrebbero più la facoltà di concorrere per le competizioni europee più qualificate e finirebbero schiacciate agonisticamente dalla ricchezza delle squadre della Superlega. In realtà, alcuni esponenti europei di Liga spagnola, Premier League inglese e Bundesliga tedesca hanno già manifestato il proprio dissenso a questo progetto. Al momento, per la serie A, solo Urbano Cairo di è espresso negativamente sul progetto.

Ma come si è potuto giungere ad un livello così preoccupante per il futuro del calcio? I problemi finanziari nel calcio nazionale hanno origini lontane, nel tempo. Il primo a denunciare il “doping amministrativo” fu proprio il Presidente del Bologna, Gazzoni Frascara, stanco di vedere tollerare un diverso trattamento tra i clubs di serie A in merito agli impegni economici. Finì che ad alcuni clubs furono concesse dilazioni pluridecennali, per ripianare i debiti. Curiosamente, nel 2005 il Bologna retrocesse in serie B. In realtà, Il problema del dissesto finanziario aveva già assunto dimensioni europee. A partire dal 2010, l’UEFA elaborò una serie di norme, finalizzate al miglioramento economico di bilancio delle società di calcio. Entrate in vigore nel 2011, tali norme obbligarono le squadre iscritte alle coppe continentali, alla regolarità dei bilanci. In sintesi, il fair play finanziario vincolerebbe le squadre all’equilibrio tra costi e ricavi, impedendo ai clubs di spendere più di quanto guadagnano. Il condizionale è d’obbligo. Nel 2014 infatti furono sanzionate Paris Saint Germain e Manchester City, in quanto i maggiori sponsors erano in conflitto di interessi con gli stessi proprietari del club. Lo stesso Milan fu denunciato per i dati di bilancio non in linea con i dispositivi UEFA, finendo esclusa dalle competizioni europee. La vicenda è complessa perché oggetto di ricorsi e sanzioni da assegnare nelle prossime stagioni.

Resta l’evidenza del nostro calcio, da tempo malato. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Agli ultimi Mondiali l’Italia fu esclusa come non accadeva da 60 anni. L’ultima Champions vinta risale a 9 anni fa. La presenza degli spettatori negli stadi è in calo da 5 anni, ferma ai livelli della Premier League di 25 anni fa. Soprattutto il divario finanziario tra le squadra dominante e gli altri clubs azzera la competizione per il titolo, di fatto già assegnato prima della fine del girone di andata. Per colmo di sventura, nell’opinione pubblica il calcio ha cannibalizzato l’intero movimento sportivo, assorbendo risorse economiche, spazi pubblicitari televisivi, sponsors, visibilità nei media e avviamento giovanile alla pratica sportiva. Il Documento di Economia e Finanza per il 2018 ha di fatto esautorato il CONI dall’attività di promozione sportiva, lasciando le sole competenze federali in tema di preparazione olimpica. E’ solo l’ultimo elemento involutivo, nella organizzazione del movimento sportivo del Paese.

Chi scrive ha conosciuto un calcio generoso, in un tempo passato. Il calcio nazionale è stato capace di sostenere per decenni l’intero movimento sportivo del Paese, grazie alle entrate del Totocalcio. Certo, a nulla serve la nostalgia. Né è proibito sognare un futuro migliore. L’augurio è quello che la nuova dirigenza FIGC sappia apprendere dagli errori del recente passato. La gestione tecnica, con l’arrivo di un allenatore come Mancini ha già riportato le giuste aspettative nei confronti della Nazionale. Occorre il coraggio di redistribuire le risorse dei diritti televisivi in modo più equo, contrastando il progetto di rendere sempre più ricchi i clubs già ricchissimi. Conservare il progetto dell’attuale azzeramento della competizione nazionale annullerebbe l’interesse del pubblico verso l’intero movimento calcistico. Non poter competere per un titolo porta già adesso le società a cercare gloria nel passato. La vicenda degli scudetti contesi, coinvolgendo a vario titolo sei squadre (Bologna, Torino, Genoa, La Spezia, Udinese, Lazio), mostra che il sistema non può reggere a lungo. Occorre una visione di medio lungo periodo, al pari di quella utile per l’ammodernamento degli stadi, tema peraltro condiviso con altre discipline, prima fra tutte il Basket. Ma gli investimenti nelle infrastrutture non potrebbero essere utili per uscire dalla crisi economica?

SAVENANEWS, 15 luglio 2019

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