Conti Luciano

Presidente
Nato a Bologna il 19-10-1922

 

Era uscito giovinetto dalla Cirenaica, quartiere di Bologna in cui era nato il 19 ottobre 1922, risucchiato dalla guerra e dopo cinque anni era tornato in città, pronto a far tesoro delle esperienze maturate soprattutto nell’ultimo periodo, al servizio dell’esercito americano. Aveva imparato a fare l’elettricista, era in gamba e al servizio di un’azienda bolognese lavorò all’installazione delle linee elettriche nelle vie del centro. Finché un giorno decise di mettersi in proprio, lucidando lampadine usate assieme alla moglie per ore e ore e rivendendole nel negozietto aperto in via Don Minzoni. Da lì, dal suo fiuto istintivo per gli affari, nacque un impero, l’emporio di via del Borgo, la Sirmac e le altre aziende. Luciano Conti amava la velocità, fu buon pilota nelle corse su strada e da lì nacque la passione per l’editoria, quando rilevò un periodico semiclandestino di Torino, Autosprint, per farne un grande settimanale illustrato. Il suo nome usciva dai confini, anche se lui amava poco la cerchia degli industriali cittadini. Aveva disponibilità economiche ingenti, nell’estate 1972 lo convinsero a rilevare il Bologna da Filippo Montanari, che cercava compratori. Si diceva non amasse il calcio, eppure presto se ne appassionò, goloso com’era di ogni esperienza che gli mancasse: gli piaceva la politica sportiva, gli piaceva “esserci” con amici importanti come quasi subito divenne Giampiero Boniperti. E non gli piaceva perdere. Per questo ingaggiò Pesaola come allenatore e Carlo Montanari direttore sportivo, gli uomini a cui la Fiorentina doveva il suo scudetto del 1968-69. E dopo due stagioni di tirocinio, all’indomani della fin troppo sofferta conquista della Coppa Italia 1973-74, decise acquisti di peso, Bellugi e Maselli, per fare il salto di qualità. Ma nell’estate 1975 accade l’imprevedibile: lo avvicina al mercato Corrado Ferlaino, presidente del Napoli, e gli chiede: «Cosa vuoi per Savoldi?». La risposta è un paradosso per significare l’incedibilità del bomber: «Due miliardi!», cioè uno sproposito. La replica, inattesa, è un disinvolto: «D’accordo». Così l’affare si fa, ma soprattutto si accompagna, poco dopo, alla cessione del virgulto appena uscito dal vivaio, Eraldo Pecci, che promette di prendere il testimone di Giacomo Bulgarelli. Conti ha in mano il parere di tre illustri clinici che assicurano che la carriera di Pecci potrebbe essere brevissima, minata da una discopatia cronica. Così accetta l’offerta del Torino (800 milioni) e lascia andare il secondo gioiello. Il feeling con la tifoseria si spezza di schianto. Il resto (mentre Pecci si conferma un campione e va subito a vincere lo scudetto in granata) è la storia di una lenta decadenza, chiusa da alcune salvezze acciuffate per il rotto della cuffia. La gente non lo ama e all’indomani del successo-miracolo sul Perugia nell’ultima di campionato 1977-78 un insulto da uno schermo televisivo gli toglie gli ultimi dubbi: cede la società a Tommaso Fabbretti. E ben presto si troverà a dire: almeno con me il Bologna in B non è mai sceso! Nel corso degli anni successivi, chiamato da un legame sentimentale con i colori rossoblù, un paio di volte andrà vicino al gran ritorno ed entrambe le volte la vista dei libri contabili, come confiderà agli amici, sarà sufficiente a fargli cambiare idea. È morto il 4 ottobre 1995.

E’ sepolto in Certosa: Campo 1971 – Cortile – cripta con sarcofago n 1