DORDRECHT (OLANDA): 15 MAGGIO 2018 l’omaggio ad Arpad Weisz

di Gianluca Battacchi

Dal 15 maggio 2018 a Dordrecht in Olanda, quattro “stolpersteine” (pietre d’inciampo), ricordano PER SEMPRE la tragedia della famiglia WEISZ (Arpad, Ilona, Robert, e Clara), vittima delle Leggi razziali italiane del 1938 e dell’Olocausto nazista. La cerimonia di posa delle pietre si è svolta alla presenza dell’Ambasciatore ungherese Andras Kocsis, della moglie dell’Ambasciatore italiano Mariska Perugini, del Sindaco e degli Assessori della città, ed ha raggiunto un momento di intensa commozione quando il compagno di classe di Robert Weisz, Joop van Helden, (classe 1929), ha posato la pietra d’inciampo per il suo amico “Robbie”.

Le “stolpersteine” che altro non sono che dei cubetti con una parte in ottone ed un incisione a ricordare nome e destino della persona rimasta vittima della persecuzione e della follia nazista, sono state collocate davanti all’entrata della casa dei Weisz in Bethlempleine (Piazza Betlemme), su iniziativa dell’associazione “Stolpersteine Dordrecht” e col finanziamento della regista e scrittrice italiana Patrizia Filia, residente da anni a Dordrecht, e dalla società di calcio del D.F.C. Dordrecht.

La nostra Associazione “Percorso della Memoria Rossoblu”, presente alla cerimonia in rappresentanza del tifo rossoblu grazie a Gianluca Battacchi, ha colto l’occasione per intervistare personalmente (con il contributo prezioso di Patrizia Filia che ringraziamo) il Signor Van Helden nei locali del Dordrecht Museum 1940-1945, dove ancora oggi all’età di 89 anni (compiuti nel giugno scorso) , è attivo come volontario.

Joop Van Helden, come detto fu compagno di classe di Robert Weisz alla scuola elementare Groen van Prinsterer. A lui abbiamo chiesto innanzitutto che ci raccontasse come conobbe “Robbie” Weisz e che rapporto ci fosse tra di loro.

Ecco il suo racconto:

“All’epoca l’anno scolastico in Olanda iniziava a marzo ed io andavo in quarta elementare. Il primo giorno di scuola scorsi nel cortile della scuola un ragazzino che non conoscevo ancora, era Robert Weisz, Robbie per gli amici. Anche lui andava in quarta e nella mia classe. Visto che la sedia accanto alla mia era vuota venne a sedersi accanto a me. Aveva un volto pieno di lentiggini e i capelli ricciuti castano rossicci. Mi fu subito molto simpatico. Fu così che iniziò la nostra amicizia. All’inizio fu difficile capirci perché lui non parlava ancora l’olandese ed io non conoscevo altra lingua se non la mia. Ma la maestra della terza classe, la signora Margit Tóth, che era stata anche la mia maestra, era di origine ungherese, e fu quindi lei che ci aiutò a capirci meglio. Era una maestra molto gentile; che io sappia però non aveva contatti con il resto della famiglia Weisz. Robert ed io giocavamo sempre insieme, sei giorni a scuola durante l’intervallo ma anche nella boscaglia fuori città, o a casa sua o lui da me. Io abitavo in periferia, non lontano dalla scuola, e Robert in centro. Dal centro dovevi camminare per circa due chilometri per arrivare a scuola. Della famiglia Weisz posso dire che non avevo granché contatti con sua sorella Klara perché era più piccola di noi, ricordo però; aveva una bella testolina tutta ricciuta. La madre Ilona era un gran bella donna e anche lei era molto gentile. Anche Árpád era una persona amabile, pure con i bambini. Era un vero padre. Un po’ severo però lo era, anche quando allenava bisognava prenderlo ben sul serio. Ma è solo così che ha potuto salvare il DFC dalla retrocessione. Dato che Robert era figlio dell’allenatore potevamo vedere le partite del DFC gratuitamente. L’entrata principale del campo sportivo si trovava in quella che allora si chiamava la Mauritsstraat, ma nella Markettenweg c’era anche un’entrata ed è da lì che entravamo. Si capiva che Árpád Weisz era qualcuno e che aveva studiato. Io invece venivo da una famiglia di operai, mio padre di professione faceva lo stagnaio”

Come è noto, domenica 2 agosto 1942 alle ore 7.00, la famiglia Weisz venne arrestata per ordine della polizia tedesca ed il loro appartamento fu posto sotto sigillo. Nel rapporto della polizia l’arresto venne menzionato sbrigativamente con due frasi, tra la menzione di una multa per la guida in bicicletta senza faro anteriore e posteriore e quella che un agente di polizia non poteva prendere servizio quel giorno perché la moglie aveva partorito. La famiglia Weisz fu dapprima condotta al posto di Polizia tedesco di Dordrecht per poi essere trasferita (il giorno stesso) nel campo di concentramento di Amersfoort, a cui seguirà quello di Westerbork. Due mesi più tardi i Weisz saranno deportati in Polonia, ad Auschwitz-Birkenau. Ilona, Robert e Klara moriranno nella camera a gas il 5 ottobre 1942, il giorno stesso del loro arrivo. Árpád Weisz invece verrà inviato al lavoro coatto e morirà il 31 gennaio 1944.

Interpellato sull’arresto della famiglia Weisz, Joop van Helden, ci racconta un episodio che lo vide protagonista suo malgrado e che avvenne due giorni prima:

“Venerdì mattina 31 luglio, davanti alla scuola elementare Groen van Prinsterer, Robert viene ingiuriato, perché ebreo, da un nostro compagno di classe, vestito di tutto punto della divisa del Jeugdstorm (ndr: un movimento giovanile olandese attivo dal 1934 al 1945 e organizzato come il movimento giovanile hitleriano e come controparte degli Scout). Non sopportando di vederlo trattato in quel modo – io non ho mai sopportato le ingiustizie – mi getto su quel compagno e lo riempio di botte fino a farlo sanguinare. Finiscono per separarci ed io vengo rispedito a casa a darmi una calmata. La sera stessa, prima del coprifuoco, vado a trovare Robert a casa per parlare di quanto è avvenuto il mattino. Lui mi dice che ho fatto bene a difenderlo, e vedo che il padre se la ride. Rientro a casa risollevato. Sabato mattina 1° agosto vado a scuola ma lì davanti vedo arrivare quel compagno di classe che avevo riempito di botte il giorno prima, non è solo ma accompagnato da altri venti ragazzi. Temendo il peggio, me la do a gambe e vado a nascondermi nella boscaglia fuori città, dove Robert ed io andavamo a volte a giocare. Ci resterò nascosto tre mesi, senza mai tornare né a casa né scuola, neppure mia madre sapeva dove mi ero cacciato. Saprò dell’arresto della famiglia Weisz solo più tardi. E saprò solo tre anni dopo la fine della guerra della loro tragica fine, questo grazie alle ricerche di mio padre che era allora sergente infermiere della Croce Rossa. Quel venerdì sera 31 luglio 1942 fu dunque l’ultima volta che vidi il mio amico, la sua sorellina e si suoi genitori. Forse mi sbaglio, ma l’arresto della famiglia Weisz potrebbe essere legato a tutte le botte che ho dato visto che il padre di quel compagno di scuola occupava, a Dordrecht, un posto importante nel movimento nazionale-socialista locale.”

Oltre alla testimonianza di Joop van Helden, grazie al gruppo di lavoro “Stolpersteine Dordrecht” abbiamo raccolto indirettamente un’altra importante testimonianza sulle vicende olandesi della famiglia Weisz.

Sono i ricordi di Judith Bar-Kann che il 15 marzo non era presente alla cerimonia e che ancora non abbiamo potuto conoscere direttamente ma che ci piacerebbe molto intervistare.

Nata a Dordrecht il 28 luglio 1934, la Signora Judith è figlia di Jacob Hendrik Kann e di Dora Julietta Kann-Spanjaard ed ha due fratelli e una sorella, rispettivamente: Otto (6.11.1929), Jacob (7.3.1936) e Elise (23.12.1930). Judith è coetanea di Klara Weisz. Nel 2014 ha inviato da Israele (dove oggi vive) un messaggio all’Associazione “Stolpersteine Dordrecht”. Nel messaggio fa sapere che i bambini Kann e Weisz si conoscevano; che Otto stava in classe con Robert e Judith con Klara. Al messaggio era allegata una foto che ritrae Klara, in piedi dietro un’amaca su cui sono seduti Jacob, Elise e Judith. Nella foto manca il fratello maggiore Otto.

A Joop van Helden abbiamo chiesto dei Kann e lui ci ha detto di non ricordare se che Otto Kann stesse nella stessa classe sua e di Robert, ma di ricordare bene che in classe c’erano, oltre a Robert, anche altri bambini ebrei.

Klara Weisz, in piedi dietro l’amaca, su cui siedono Jacob, Elise e Judith Kann. Foto Collezione Judith Bar-Kann

Anche Judith Kann, coetanea di Klara Weisz ha una testimonianza di Robert. Nel suo messaggio inviato nel 2014 al Stolpersteine scrive che “Robbie”, finito nel campo di concentramento di Westerbork e prima di essere deportato ad Auschwitz, aveva inviato dal campo lettere ai bambini Kann:

“Raccontò che avrebbe potuto scappare ma che non sapeva dove andare. E allora era rimasto. Raccontò anche che lui, nel campo, dava lezioni in una classe della scuola. Purtroppo non sono più tornati. Mia madre aveva persino spedito a Westerbork dei pacchetti per loro”.

Diversamente da Robert e Klara, I quattro figli Kann riuscirono a salvarsi dalla deportazione e dalla morte in un campo di concentramento, questo grazie all’aiuto di famiglie olandesi che li tennero nascosti. Anche la madre, Dora Julietta Kann- Spanjaard, si salvò dal trasporto ma morì di tubercolosi il 4 giugno 1944, in casa di una famiglia olandese che le aveva offerto rifugio. Il padre, Jacob Hendrik Kann, morì invece ad Auschwitz il 28 gennaio 1944. Ma col suo sacrificio (spinse lontano il figlio Otto dicendogli di scappare e andò volontariamente verso i soldati nazisti che li stavano rincorrendo) salvò la vita al figlio dandogli il tempo di fuggire.
Abbiamo lasciato Dordrecht visitando i luoghi dove la città commemora le vittime dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale. Lo abbiamo fatto pensando a Van Helden che ogni anno il 4 maggio alle ore 20.00 dal 1945, commemora sulla Sumatraplein il suo compagno di classe e amico Robert Weisz durante la cerimonia a Dordrecht della Nationale Dodenherdenking, (Giornata nazionale del Ricordo), in memoria di tutti i civili e militari caduti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Perché lui “NON HA MAI SOPPORTATO LE INGIUSTIZIE”. Torneremo a trovarti Joop!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *